IL SALENTO

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NAVI DI PIETRA
Come navi naufragate. Lontano dal mare. I frantoi (in dialetto trappiti) ipogei e semi ipogei del Salento affondano nella pietra, oppure sono arenati nell’abbraccio delle rocce calcaree e mostrano al cielo solo una cupola, come un pezzo di carena che emerge dal bagnasciuga. Qui, nell’estremo oriente d’Italia, l’economia basata su olivi e olio ha cresciuto e forgiato generazioni, uomini duri come il legno duro, e di poche parole stecchite come un ramo d’inverno. Le donne nascoste dietro le porte, “donne pennute che assaggiano il brodo”  come scriveva il poeta salentino Vittorio Bodini, oppure donne streghe che danzano la fatica di vivere, morse dalla taranta. Da quelle navi di pietra affondate nelle viscere della terra partiva l’olio che illuminava le strade di Londra e Parigi, la stanza dove Daniel Defoe immaginava il suo Robinson Crusoe. Non è un caso che gli uomini, i ruoli, i luoghi del frantoio siano sempre stati identificati con termini marinari. Gli operai che scendevano in quella specie di stiva formavano la ciurma. Gli uomini salutavano la famiglia come alla partenza di un lungo viaggio: per tutto il periodo della lavorazione, più o meno da ottobre ad aprile, nessuno avrebbe potuto abbandonare la nave-frantoio. Il capo frantoiano era il nachiro, cioè il nocchiero, comandante assoluto della ciurma. Le olive raccolte venivano scaricate dall’alto e attraverso i pozzi raggiungevano le stive. I reflui di lavorazione erano (e sono tuttora) la sentina. Finito il lavoro, a primavera avanzata, a volte la ciurma non veniva sciolta, ma promossa dall’inferno al purgatorio. Uscivano dal mondo delle tenebre quegli uomini, e avevano poco tempo per abituarsi di nuovo alla prepotente luce del sole, al vento eterno di quelle contrade che ti stordisce come avessi bevuto qualche bicchiere di vino Primitivo, tondo e corposo. “Fuci a Gallipoli, vane”. Stavolta ci s’imbarcava davvero, sulle navi cariche del liquido prezioso, in partenza per l’Atlantico, per mondi lontani e indecifrabili.
SGUARDI
Ognuno di noi ha una sua idea di sud, e ho l’impressione che questa idea, per quelli che alloggiano sul pianeta a nord dell’equatore, solleciti la fantasia più di quella di nord, est o ovest. Il Salento riassume le sparse emozioni di Sud, idee confuse sparate a raffica di tramontana, luoghi comuni e spunti originali: la voglia di andar via, la voglia di tornare, la corruzione, pigrizia, spaghetti e cozze, tamburelli, donne dalla bellezza tutta da scoprire, onde di calore, case bianche di calce, luce accecante, occhi socchiusi, pietre, abusivismo, processioni, santuari, vento, indolenza, controra, frastuono di cicale, vecchi seduti sulle panchine, grida di donne, la questione meridionale, i morti sparati, gli avvocati e i politici, case mai finite, ferri arrugginiti che spuntano da piloni di cemento, palazzi aristocratici e dimenticati, umidità, bambini che corrono, finestre chiuse, vecchie in lutto che si affacciano dai portoni, panni stesi che sbattono sulle terrazze, le verdure in mostra sulle porte, l’Ape immancabile, casse di rape e cicoria, botti e fuochi d’artificio, le merci che al nord non comprano, archeologia e vetri in frantumi, ruggine, l’odore dell’erba secca in estate, basolato lucido, le porte di alluminio anodizzato, le 51 giornate, le pensioni usurpate, le pensioni da fame, la mancanza di lavoro, la mancanza di voglia di lavorare, il posto fisso, i concorsi per sottufficiali, i soldati in missione, vecchie automobili, parenti a non finire, le cerimonie, banchetti per il matrimonio, banchetti per il battesimo, banchetti per le comunioni e le cresime, il vino fitto e nero, la cucina casareccia, uomini in canottiera, i pescatori, le facciate delle chiese, piazze deserte e polverose in un meriggio rovente, vecchie insegne di vecchi negozi, la modernità in bilico, parcheggi egoisti, profumo di sugo e polpette, carretti, asini, alberi di fico, vetri scuri su auto improbabili, targhe svizzere e tedesche, cani senza padrone, orgoglio dialettale, l’uso del tu, il disuso del lei, un’antica gentilezza, una moderna ignoranza, la perdita delle radici, la riscoperta delle radici, il crescendo della pizzica, foto in bianco e nero, cartoline degli anni ’50, saluti da Otranto, il Salento è di moda, corriere e camioncini che eruttano fumi neri, muratori, ragazzi bellissimi, tavoli all’aperto, corridoi deserti e scrostati, gli ipogei, buche nelle strade, fiori sui balconi, erbacce, capannoni abbandonati, centri commerciali, santi di cartapesta, libretti di risparmio, carte che svolazzano con le offerte del mese, fotovoltaico e pale eoliche, fumi inquinanti, navi alla fonda, pozzi, cortili, piante grasse, i rintocchi delle ore, i rintocchi dei quarti, i pastori, ricotte, le pecore e le capre, orizzonti mai visti e montagne di là dal mare, l’odore di frantoio, la puccia, il panino coi pezzetti, i manifesti dei morti, si ringrazia, è mancato all’affetto, vecchie sezioni del PCI, vecchi comunisti, televisioni nei ristoranti, i figli prima di tutto, la Magna Grecia, mamma li turchi, i santi martiri, i santi medici, gli ex voto, la domenica a messa, i monumenti ai caduti, i polpi sbattuti sugli scogli, il negroamaro, le lampadine colorate degli apparati, le bande, il Bolero, il caffè in ghiaccio, il latte di mandorle, l’agnello di marzapane, il pane cotto a legna, la pota verde, la rimonda, mucchi di legna sulla strada, isole e isolotti, visioni, visionari, finissimi intellettuali, poesie in griko, cugini dappertutto, parenti che tornano, l’odore di fumo, residence abusivi, giovani che se ne vanno, le Sudest tra i fichi d’india, l’attesa e il tempo lento, e su tutto questo un cielo enorme, sconfinato, che riduce un ulivo millennario a filo d’erba (come, più o meno, scrive Bodini).
SCHERZO
La regione Puglia aveva lanciato con lo slogan “Terra dei due mari”, l’immagine turistica del Salento. E’ una visione estremamente superficiale, quanto mai errata. Non discuto della sua funzionalità commerciale. E’ vero, l’Adriatico e lo Ionio circondano una lingua di terra larga una sessantina di chilometri, in certi punti anche meno. Praticamente un’isola. In realtà però l’idea di mare, il senso del mare, è assente in questa terra. La cucina tradizionale è radicalmente priva di pesce. Se lo trovate è una forzatura moderna. Venite nella campagna salentina, il mare è vicino, ma non ne sentirete l’odore. Qui il mare è sostituito dal cielo, invadente, onnipresente. Qui l’orizzonte è terrestre e l’acqua un incidente, persino vergognosa di apparire. Scorre in profondità, come nel Carso. Non ci sono fiumi in terra d’Otranto, figuriamoci il mare. Non a caso il santo preferito di queste contrade è San Giuseppe da Copertino, frate analfabeta con un dono grande, la capacità di volare, a lui piacendo, per il cielo sconfinato.