Archivio mensile:luglio 2014

IL MELOGRANO “LA SITA”

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Pronti ormai per la prova costume bisogna ora, cercare di mantenere la propria forma fisica così tanto sudata a suon di diete e corse prediligendo in particolar modo i frutti che generosamente il nostro territorio ci offre. In particolar modo l’inizio dell’autunno ci farà assaggiare i succulenti chicchi rossi della melograna, dai salentini meglio conosciuta come “Sita”.
Il melograno è un albero conosciuto da tutti e apprezzato fin dall’antichità. Si narra che quest’albero sia stato importato dai Romani dalla Persia durante il periodo delle guerre puniche, da qui deriva l’appartenenza alla famiglia delle Punicacee.  Il melograno, quindi, conosciuto sin dagli albori delle civiltà antiche, è citato in materie come: la storia, la religione (sono presenti descrizioni di questo frutto nel Corano e nella Bibbia) e medicina per le sue proprietà organolettiche tra le quali si annoverano i flavonoidi, proprietà diuretiche, anti – ossidanti e anti – tumorali. Questi chicchi sono dei veri e propri farmaci naturali sia che si tratti di bellezza e cura della pelle, sia di prevenzione di importanti malattie. Le proprietà diuretiche dovute alla presenza del potassio, importante minerale, conferiscono a questo frutto proprietà drenanti con effetti detossinanti, ossia eliminazione di tossine e cellule nocive presenti nel nostro organismo e ingerite precedentemente. Grazie anche alla  quantità di polifenoli contenuti in esso, questo frutto sembra essere un alleato contro l’ossidazione e lo stress delle cellule del nostro organismo quindi ha proprietà anti – invecchiamento che combattono il formarsi delle rughe d’espressione della pelle e l’alterosclerosi, malattia delle ossa, che colpisce soprattutto le donne durante la menopausa e porta al lento indebolimento dell’apparato scheletrico. Contiene inoltre, vitamina C e B utili per prevenire raffreddori, contrastare i processi infiammatori e l’insorgere di allergie. Per tutte queste motivazioni la melograna è vista sin dagli antichi Greci come simbolo di fertilità, longevità e prosperità. Per cui veniva consumata spesso dalle donne greche proprio per le loro caratteristiche in termini di concepimeto, all’epoca visto come dono e sostentamento della famiglia.

Da includere assolutamente in una sana alimentazione per il patrimonio di qualità sopra elencate, è consigliato berne il succo fresco per non far perdere alcune caratteristiche che lo rendono così terapeutico durante la fase di cottura qualora si decidesse di inserirlo in una ricetta culinaria. Inoltre, va sottolineato come questo frutto cresca senza il bisogno di pesticidi, sostanze nocive messe in circolo dall’uomo per “prevenire” i danni provocati da organismi animali che solitamente si cabano delle foglie o dei frutti degli alberi. Quindi non solo un frutto salutare ma anche sano, privo di sostanze tossiche che non raramente hanno provocato danni all’uomo come alcuni casi di shock anafilattico dovuto ad allergie riscontrate verso questi pesticidi. Nel Salento è stato sviluppato un progetto che prevede l’allestimento di oltre 2000 ettari di terreno destinati alla coltivazione del melograno. Questo produrrà non solo molti posti di lavoro ma anche la possibilità di rivendere i frutti ad aziende gastronomiche per la produzione di succhi di frutta, aziende farmaceutiche italiane e non per la produzione di pillole ricavate dal distillato del succo della melograna con la possibilità di farsi conoscere in tutto il mondo. Per chi vuole riscoprire questo frutto della salute non perdetevi nel mese di Ottobre la sagra de “Lu Paniri te e Site”, la sagra per eccellenza che fa gli onori alla melograna. Vi aspetteranno giorni di festa nel piccolo ma ospitale borgo sito nel Salento, Palmariggi. Questo frutto con dolcissimi e deliziosi chicchi rossi fa da padrone nei “paniri” cioè delle ceste di vimini che vengono intrecciate appositamente per l’occasione dagli artigiani del luogo con il giungo.

Durante la manifestazione i sensi saranno inebriati da odori, colori, profumi e sapori. Durante la manifestazione sarà possibile degustare decine di piatti preparati con ingrediente principale la melograna . Dagli antipasti, ai primi piatti, fino al dolce, tutti i palati saranno accontentati. Perfino le ricette e i prodotti più sofisticati si prestano bene all’aggiunta del melograno come ingrediente. Si nota come la preparazione di liquori, grappe, gelati e confetture sta spopolando non solo nel comune salentino. Nonostante la difficoltà nello sbucciare il frutto e mangiarne i chicchi che nascondono al loro interno un cuore “duro” a Palmariggi sarà possibile ammirare questi frutti tondeggianti che proteggono i preziosi chicchi con un’importante e alquanto spessa buccia dura che a volte si spacca quando il frutto raggiungerà una buona maturazione per lasciar intravedere il rossore del pregiato succo che di li a poco si ricaverà. Il tutto sarà accompagnato con dell’ottima musica; nel Salento, infatti, tutte le manifestazioni sono coronate con musica folk e danze popolari che rallegrano gli animi e le serate. Sarà possibile ballare in piazza attorno ad un cerchio di emizioni che queste serate vi susciteranno. Il calore degli abitanti e l’abbondanza del prodotto preparato in mille modi diversi stupirà tutti anche chi ha gusti difficili. Insomma ce n’è per tutti i gusti, perciò non perdete altro tempo e correte a visitare il magnifico borgo che vi accoglierà con mille feste e il calore che non vi aspettate. Una buona occasione per coniugare festa e ottime proprietà di un prodotto nostrano e salutare!

IL SALENTO

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NAVI DI PIETRA
Come navi naufragate. Lontano dal mare. I frantoi (in dialetto trappiti) ipogei e semi ipogei del Salento affondano nella pietra, oppure sono arenati nell’abbraccio delle rocce calcaree e mostrano al cielo solo una cupola, come un pezzo di carena che emerge dal bagnasciuga. Qui, nell’estremo oriente d’Italia, l’economia basata su olivi e olio ha cresciuto e forgiato generazioni, uomini duri come il legno duro, e di poche parole stecchite come un ramo d’inverno. Le donne nascoste dietro le porte, “donne pennute che assaggiano il brodo”  come scriveva il poeta salentino Vittorio Bodini, oppure donne streghe che danzano la fatica di vivere, morse dalla taranta. Da quelle navi di pietra affondate nelle viscere della terra partiva l’olio che illuminava le strade di Londra e Parigi, la stanza dove Daniel Defoe immaginava il suo Robinson Crusoe. Non è un caso che gli uomini, i ruoli, i luoghi del frantoio siano sempre stati identificati con termini marinari. Gli operai che scendevano in quella specie di stiva formavano la ciurma. Gli uomini salutavano la famiglia come alla partenza di un lungo viaggio: per tutto il periodo della lavorazione, più o meno da ottobre ad aprile, nessuno avrebbe potuto abbandonare la nave-frantoio. Il capo frantoiano era il nachiro, cioè il nocchiero, comandante assoluto della ciurma. Le olive raccolte venivano scaricate dall’alto e attraverso i pozzi raggiungevano le stive. I reflui di lavorazione erano (e sono tuttora) la sentina. Finito il lavoro, a primavera avanzata, a volte la ciurma non veniva sciolta, ma promossa dall’inferno al purgatorio. Uscivano dal mondo delle tenebre quegli uomini, e avevano poco tempo per abituarsi di nuovo alla prepotente luce del sole, al vento eterno di quelle contrade che ti stordisce come avessi bevuto qualche bicchiere di vino Primitivo, tondo e corposo. “Fuci a Gallipoli, vane”. Stavolta ci s’imbarcava davvero, sulle navi cariche del liquido prezioso, in partenza per l’Atlantico, per mondi lontani e indecifrabili.
SGUARDI
Ognuno di noi ha una sua idea di sud, e ho l’impressione che questa idea, per quelli che alloggiano sul pianeta a nord dell’equatore, solleciti la fantasia più di quella di nord, est o ovest. Il Salento riassume le sparse emozioni di Sud, idee confuse sparate a raffica di tramontana, luoghi comuni e spunti originali: la voglia di andar via, la voglia di tornare, la corruzione, pigrizia, spaghetti e cozze, tamburelli, donne dalla bellezza tutta da scoprire, onde di calore, case bianche di calce, luce accecante, occhi socchiusi, pietre, abusivismo, processioni, santuari, vento, indolenza, controra, frastuono di cicale, vecchi seduti sulle panchine, grida di donne, la questione meridionale, i morti sparati, gli avvocati e i politici, case mai finite, ferri arrugginiti che spuntano da piloni di cemento, palazzi aristocratici e dimenticati, umidità, bambini che corrono, finestre chiuse, vecchie in lutto che si affacciano dai portoni, panni stesi che sbattono sulle terrazze, le verdure in mostra sulle porte, l’Ape immancabile, casse di rape e cicoria, botti e fuochi d’artificio, le merci che al nord non comprano, archeologia e vetri in frantumi, ruggine, l’odore dell’erba secca in estate, basolato lucido, le porte di alluminio anodizzato, le 51 giornate, le pensioni usurpate, le pensioni da fame, la mancanza di lavoro, la mancanza di voglia di lavorare, il posto fisso, i concorsi per sottufficiali, i soldati in missione, vecchie automobili, parenti a non finire, le cerimonie, banchetti per il matrimonio, banchetti per il battesimo, banchetti per le comunioni e le cresime, il vino fitto e nero, la cucina casareccia, uomini in canottiera, i pescatori, le facciate delle chiese, piazze deserte e polverose in un meriggio rovente, vecchie insegne di vecchi negozi, la modernità in bilico, parcheggi egoisti, profumo di sugo e polpette, carretti, asini, alberi di fico, vetri scuri su auto improbabili, targhe svizzere e tedesche, cani senza padrone, orgoglio dialettale, l’uso del tu, il disuso del lei, un’antica gentilezza, una moderna ignoranza, la perdita delle radici, la riscoperta delle radici, il crescendo della pizzica, foto in bianco e nero, cartoline degli anni ’50, saluti da Otranto, il Salento è di moda, corriere e camioncini che eruttano fumi neri, muratori, ragazzi bellissimi, tavoli all’aperto, corridoi deserti e scrostati, gli ipogei, buche nelle strade, fiori sui balconi, erbacce, capannoni abbandonati, centri commerciali, santi di cartapesta, libretti di risparmio, carte che svolazzano con le offerte del mese, fotovoltaico e pale eoliche, fumi inquinanti, navi alla fonda, pozzi, cortili, piante grasse, i rintocchi delle ore, i rintocchi dei quarti, i pastori, ricotte, le pecore e le capre, orizzonti mai visti e montagne di là dal mare, l’odore di frantoio, la puccia, il panino coi pezzetti, i manifesti dei morti, si ringrazia, è mancato all’affetto, vecchie sezioni del PCI, vecchi comunisti, televisioni nei ristoranti, i figli prima di tutto, la Magna Grecia, mamma li turchi, i santi martiri, i santi medici, gli ex voto, la domenica a messa, i monumenti ai caduti, i polpi sbattuti sugli scogli, il negroamaro, le lampadine colorate degli apparati, le bande, il Bolero, il caffè in ghiaccio, il latte di mandorle, l’agnello di marzapane, il pane cotto a legna, la pota verde, la rimonda, mucchi di legna sulla strada, isole e isolotti, visioni, visionari, finissimi intellettuali, poesie in griko, cugini dappertutto, parenti che tornano, l’odore di fumo, residence abusivi, giovani che se ne vanno, le Sudest tra i fichi d’india, l’attesa e il tempo lento, e su tutto questo un cielo enorme, sconfinato, che riduce un ulivo millennario a filo d’erba (come, più o meno, scrive Bodini).
SCHERZO
La regione Puglia aveva lanciato con lo slogan “Terra dei due mari”, l’immagine turistica del Salento. E’ una visione estremamente superficiale, quanto mai errata. Non discuto della sua funzionalità commerciale. E’ vero, l’Adriatico e lo Ionio circondano una lingua di terra larga una sessantina di chilometri, in certi punti anche meno. Praticamente un’isola. In realtà però l’idea di mare, il senso del mare, è assente in questa terra. La cucina tradizionale è radicalmente priva di pesce. Se lo trovate è una forzatura moderna. Venite nella campagna salentina, il mare è vicino, ma non ne sentirete l’odore. Qui il mare è sostituito dal cielo, invadente, onnipresente. Qui l’orizzonte è terrestre e l’acqua un incidente, persino vergognosa di apparire. Scorre in profondità, come nel Carso. Non ci sono fiumi in terra d’Otranto, figuriamoci il mare. Non a caso il santo preferito di queste contrade è San Giuseppe da Copertino, frate analfabeta con un dono grande, la capacità di volare, a lui piacendo, per il cielo sconfinato.

I DELFINI NEL SALENTO

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Cos’è che dorme con un occhio aperto, ha 250 denti, allatta il cucciolo per oltre sei mesi e si può avvistare nelle acque del Salento? IL DELFINO! Il Delfino il cui nome deriva dal greco “Delphis” che sta ad indicare l’utero procreatore della donna è stato così associato all’animale proprio per la sua forma ricurva e anche perchè è un mammifero a tutti gli effetti anche se siamo abituati a vederlo danzare tra le onde del mare come un pesce. Non tutti però sanno che questo animale così acuto ed intelligente negli ultimi anni è solito avvistarlo tra le acque del Mar Adriatico. Gli avvistamenti di questo elegante mammifero nelle acque del Salento si sono moltiplicati negli anni. I bagnanti sono così rimasti esterrefatti dagli insoliti incontri ravvicinati con il Tursiope, chiamato anche “delfino dal naso a bottiglia”. Il Tursiope è la specie di delfino che si può avvistare nei nostri mari mentre il delfino comune abita le acque continentali o subpolari.  Il dibattito circa la loro evoluzione è tutt’oggi aperto: c’è infatti chi sostiene che essi si siano evoluti più di 60 milioni di anni fa da specie quali cammelli, vacche, cioè da mammiferi terrestri. Altri, al contrario, sostengono che questi animali si siano evoluti da ippopotami, poiché come loro hanno la pelle ricoperta da olii che la rendono liscia proteggendola da acqua e sole. Per addentrarsi in questo mondo vi basta sapere che ce n’è per tutti i gusti. Esistono circa 32 specie di delfini tutte uniche nel loro genere per conformazione del corpo o anche solo per la gradazione di colore della pelle. Ancor più curioso è sapere che di queste specie, almeno 5, vivono in acque dolci! I delfini si nutrono di pesce e a seconda della loro specie e quindi dal numero di denti che posseggono sono soliti cibarsi di: cefali, merluzzi, sgombri. I cetacei con minor numero di denti sono soliti nutrirsi di calamari. Curioso è il fatto che questi animali usano i denti solo per afferrare i pesci mentre poi si cibano senza averli precedentemente masticati, e possono arrivare a mangiarsene una quantità pari a circa 22 chilogrammi al giorno, il loro peso, difatti, si aggira mediamente intorno ai 70 – 130 kg.

Ma non fatevi ingannare dal loro peso, in realtà la loro agilità, le numerose acrobazie che compiono in mare hanno fatto sì che l’evoluzione premiasse i mammiferi donando loro un corpo sano. La loro età media è 25 – 30 anni, ma non sono stati esclusi casi in cui i Tursipi studiati arrivassero anche alla veneranda età di 50 anni senza bisogno di cure. A proposito di cure, i delfini, essendo degli animali molto sensibili, non abbandonano mai un membro del gruppo se quest’ultimo è ferito o ammalato. Questo li rende molto simili all’uomo, è stato riscontrato che come noi siamo affascinati da queste bellissime creature anche loro provano un particolare interesse nei riguardi dell’uomo, inseguendo le navi con la testa fuori dall’acqua incuriositi dall’incontro o semplicemente avvicinandosi alla costa per cercare di comunicare con l’uomo e renderlo partecipe del suo carattere docile e mansueto, evocando anche un senso di curiosità tra le persone. Purtroppo, non tutti sanno che i delfini, sono una specie in pericolo di estinzione, protetti e tutelati dal WWF, molte, troppe, volte sono vittime della crudeltà umana che senza troppe remore li cattura per poi rivenderli al mercato nero e ai ristoranti, la cui carne “pregiata” è molto ricercata soprattutto dai clienti più facoltosi e senza scrupoli.  Per tutelare questi splendidi mammiferi, è compito di ognuno salvaguardare le specie in via d’estinzione imparando a conoscerli più da vicino e apprezzandoli come esseri viventi piuttosto che come fenomeni da baraccone, ridotti in cattività, rinchiusi in vasche troppo piccole per le loro dimensioni e il loro spirito libero, costretti a prestarsi al mercato dei parchi acquatici e a subire i numerosi e chiassosi applausi degli spettatori che vorrebbero e a volte ci riescono avvicinarsi, toccarli e stabilire con loro un rapporto.

Il Delfino dal naso a bottiglia oggetto di numerosi recenti avvistamenti nelle marine di Roca, Ugento, Frigole e Torre Chianca ha una ottima capacità acrobatica ed essendo quindi molto socievole e attivo risulta essere l’esemplare più studiato. A Gallipoli infatti sorge il centro studi e ricerche sui cetacei che assieme ad enti ed associazioni aderiscono al progetto dell’Università degli Studi di Pavia per il monitoraggio degli spiaggiamenti di cetacei sulle coste italiane. I cetacei sono i mammiferi acquatici più noti e amati, si distinguono da altre specie di pesci quali squali o balene proprio perchè essi hanno un comportamento amichevole nei confronti degli uomini tanto da essere utilizzati a diretto contatto con persone portatori di handicap come terapia. I cetacei infatti, saltano, si rincorrono, chiacchierano tra di loro! Alcuni ricercatori hanno così avanzato l’ipotesi secondo la quale i delfini hanno sviluppato un vero e proprio linguaggio che consentirebbe loro di comunicare tramite suoni, scricchiolii e individuare prede e ostacoli presenti nelle profondità marine attraverso ultrasuoni che rimbalzano sull’oggetto e ritornano al cetaceo allo stesso modo dei pipistrelli. Abbiamo fatto un piccolo viaggio nel mondo di questi mammiferi scoprendone la loro bellezza, perciò la prossima volta che andrete al mare tenete gli occhi ben aperti non si sa mai che voi non facciate un incontro molto interessante e se proprio vi siete lasciati scappare l’avvistamento niente paura potete prenotare un’escursione in catamarano e incrociare le dita!